
Coreografia
Caterina Sagna
Drammaturgia
Roberto Fratini Serafide
Con
Nordine Benchorf, Alessandro Bernardeschi, Elisa Cuppini (Mauro Paccagnella),
Susana Panades
Díaz (Antonio Montanile), Caterina Sagna
Costumi
Tobia Ercolino
Luci
Nuccio Marino
Produzione:
Associazione Compagnia Caterina Sagna
Coproduzione:
Kunstencentrum Vooruit (Gent - Belgio)
Théâtre de la Bastille (Parigi - Francia)
CND - Centre National de la Danse (Parigi – Francia)
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“Non le chiuderemo mai, quelle
tende, e lei è autorizzato a guardare fin che vuole. Ma forse,
invece che limitarsi a osservare da lontano, dovrebbe venire a trovarci.
Meg e io le mostreremo le scene e gli accessori teatrali che usiamo
per le nostre rappresentazioni.”
Josephine March
LE FONTI: splendori e miserie di un falso
Può un libro essere al tempo stesso il classico femminile per
l’infanzia, e l’opera più diseducativa tra quante
i secoli abbiano ammannite al pubblico delle fanciulle in fiore? I siparietti
della temperanza domestica, il puritanesimo da due soldi, la complicità
del tutto fantascientifica tra madre e figlie, e quella perfettibilità
continua (in sé già perfetta) del sentimento – tutto
arricchisce, in Piccole Donne, il quadro di un’ ipocrisia smagliante,
totale. Scritto per sembrare un capolavoro di ritrosia femminile, il
romanzo della Alcott si è procacciato, col tempo, una qualche
sfacciataggine propagandistica, che lo rende via via meno credibile,
ma per certi versi più vendibile, e più “teatrabile”
per altri. Ma il coté falsario di Piccole Donne, così
lastricato di buone intenzioni, non sarebbe altrettanto intrigante se
non scaturisse, a sua volta, più dal desiderio che dal calcolo:
guardato con candore, l’apologo sulle figlie del dottor March
non è tanto la storia contraffatta di un ménage tra sorelle,
quanto la “cronaca vera” (e scandalistica) di una tendenza
a falsificare e falsificarsi: SORELLINE, in progetto per il 2001, celebra
la sincerità profonda di ogni tendenza a mentire, soprattutto
là, dove la vicinanza è organica (stabilita dal sangue),
ma anche artificiale (perché a stabilirla è meno il sangue
che l’anima), come tra figlie della stessa madre. Culliamo il
cromosoma incompleto della sorellastra che morirebbe pur di scoprirsi
sorella di latte tra altre sorelle: persino nostra madre è un’autorità
ridicola, finché siamo sole a misurarne il potere. Tolti tutti
i vincoli dell’amore, della libera scelta, della “fratellanza”,
dell’amicizia, non si è cementate che da questo legame:
la sororalità, quella vicinanza che si dà, per definizione,
in una specie di vuoto pneumatico: e il vuoto è la sua malattia,
il suo vero contenuto.
GLI INTERPRETI: anatomia della somiglianza
Nel cuore dell’operazione quattro esseri: due uomini e due donne (o quattro uomini),
ad avallare la tesi che l’archetipo della famigliola sia demone
tutt’altro che esclusivamente femminile. Li lega un imperativo
tutto automatico di “conformità”: non c’è
sentimento, impulso, atteggiamento, che non passi al vaglio di quella
conformità, poiché scopo del grande gioco non è
di essere riconosciute per se stesse, ma di farsi passare per sorelle
tra e agli occhi di altre sorelle: un gioco che parrebbe lineare, se
la segreta aspirazione di tutte non fosse di ottenere il primato della
supersorella, la patente di copia conforme a chissà quale originale
smarrito.
Perciò in un’ora circa di avvicendamenti, le protagoniste
si contenderanno l’attenzione altrui, divise tra l’ansia
di sembrare solidali e la certezza di essere, una per una, le più
solidali. SORELLINE è un problema di sguardo: main action dello
spettacolo non è il sapersi guardate di chi guarda il pubblico
senza pudore (il metateatro qui è fuori discussione); ma il finto
pudore di chi si sa guardato senza mostrare di saperlo; di chi, soprattutto,
non ignora che il privilegio di essere spiati finisce dove si viene
sorpresi a spiare. Come in un format televisivo di successo, le sorelle
faranno l’impossibile per essere fintamente vere tra loro, ottenendo
solo di apparire veramente finte agli occhi del pubblico. Recitando
insomma la parte delle Piccole Donne con l’entusiasmo e l’insufficienza
di una società filodrammatica.
L’AZIONE: le catastrofi del candore
Giochi, dunque: non una sola azione, tra tutte quelle in cantiere, si
astiene dal volgere in esperienza ludica estrema e, a suo modo, in tortura:
dalla finzione macroscopica della vita in famiglia, ai passatempi più
spiccioli (le filastrocche, gli hobbies). Il gioco diventa violento
quando se ne infrangono le regole, o quando le stesse regole patiscono
un irrigidimento artificiale, “ufficiale”. Soprattutto,
il gioco diventa violento quando la regola non è autoimposta,
ma devota a un assiomatico ordine esterno: quando il “valore”
di riferimento non è nel gioco o nei giocatori, ma in un arbitrio
fantomatico ed estraneo, che si desidera per poterlo rifiutare (l’assenza
ingombrante di un padre moralizzatore, la presenza artificiale di una
madre moderatrice), o che si desidera perché ce ne sappiamo rifiutati
(lo sguardo di un pubblico divertito e mai innamorato). Tutto lo spettacolo
sarà così spadroneggiato dal balenare improvviso e ineffabile
di chi guarda, o di chi “fa la guardia”.
Se una sincerità qualsiasi esiste, non c’è modo
di scoprirlo fuorché per l’alta fedeltà alla regola,
ancorché assurda, di quell’armonia sovrimposta. Vero è
il parossismo della performance (nella violenza dei giochi, nell’errore
dell’interpretazione), non il suo contenuto. E in assenza di un
valore credibile cui rifarsi, resta il canone arido della conformità
reciproca, rassicurante e schiavizzante come una malattia infettiva,
scarlattina che non deturpa una sola sorella senza deturparle tutte,
quando i sentimenti si trasmettono per osmosi e contagio dall’una
all’altra. L’errore tragico è di non arrestarsi alla
comunione interiore, ma di credere che quella somiglianza mentale sia
tout court una griglia di partenza, l’inizio della competizione,
e non il suo punto di arrivo. Anche per questo, in SORELLINE l’uniformità
è una categoria perversa della difformità, e l’uniformità
stessa, se perseguita con ostinazione, approda a un’epidermica
deformità.
I TRAVESTIMENTI: conformità incurabili
Gli abiti (così centrali nell’economia dell’invidia
o della solidarietà tra sorelle) non contribuiranno a creare
una somiglianza, ma produrranno un’identità forzosa, a
costo di violente trasfigurazioni. E dove la buona volontà è lacunosa,
l’abito sarà implacabile ed efficiente, l’abito conterrà
se stesso e tutte le sue possibili trasformazioni: maschera che si indossa
non per essere irriconoscibili ma per essere riconosciute. Il vestito
non è cosa che debba adattarcisi, più di quanto si debba,
noialtre, adattarci ad esso, e calzargli a pennello. Il vestito è
un testo, è la sola e unica sorella.
IL LIBRO: un catechismo tardivo
SORELLINE sarà, analogamente, spettacolo di “testi”:
ogni rito ha il suo formulario, e ogni formulario è un racconnto
assurto a legge. Le quattro sorelle non aspirano che a una Bibbia, un
copione sacro. Il romanzo della Alcott sarà un copione tra gli
altri: incongruamente tirato in causa, coi suoi titoli da parabola,
con le sue situazioni archetipe (dal lutto in famiglia, al primo amore,
alle “prove” ai “fardelli”), il libro starà
al centro dell’azione come un totem, odioso ma gravido di certezze,
di modelli. Immaginiamo le nostre sorelle come piccole donne cresciute
cui, letteralmente, il libro della Alcott sia sfuggito in quel periodo
in cui era prescrizione che fosse letto. Immaginiamo che, nel loro mondo
senza verità, qualcuno abbia stabilito che questo solo libro
contenga tutta la verità sopportabile, e tutta quella desiderabile.
Che, infine, alle sorelle sia imposto di credere a Louisa May Alcott
in un momento in cui la Alcott stessa non possa apparire loro più
che un’abile artefice di paccottiglia moraleggiante. L’inadeguatezza
del testo e il suo potenziale coercitivo si daranno battaglia.
LE MUSICHE: il canto della malafede
Le musiche avalleranno la medesima poetica dell’inadeguatezza:
jingles da sit-com, sigle televisive, tormentoni familistici, cari alla
parte più corriva dell’immaginario collettivo: cose che
tutti conosciamo e che nessuno ammetterebbe di ricordare, o canticchierebbe
se richiesto. Musiche “imbarazzanti”, perché per
decenni le abbiamo associate a un modello di pace domestica che consumavamo
con la falsa riluttanza del vero teledipendente.
Roberto Fratini Serafide, Caterina Sagna
Novembre 2001

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